L’avulsione traumatica dei denti è una proble­matica che ha ampio rilievo nella popolazio­ne infantile, rappresen­tando attualmente il 16% del­le patologie odontoiatriche di interesse pediatrico. I traumi accidentali colpiscono per lo più piccoli pazienti, preferi­bilmente di sesso maschile, nella fascia dei 6-10 anni. In questo “range temporale” in­fatti si ritrovano due momenti fondamentali della vita di un bambino: la scolarizzazione e l’approccio alle prime at­tività sportive. Gli elementi dentari più di frequente coin­volti, sono gli incisivi cen­trali superiori,spesso appena permutati(70% dei casi), se­guono gli incisivi laterali ed i canini superiori, mentre i meno colpiti sono gli elementi del settore anteriore inferiore in quanto protetti dall’arca­ta sovrastante Se poi c’è un overjet o uno spostamento in avanti della premaxilla c’è una probabilità superiore di essere soggetti ad avulsione traumatica. In queste circo­stanze quello che spesso ac­cade è che l’odontoiatra venga interpellato “da ultimo”, dopo i presidi di primo soccorso e dopo il consulto con il pedia­tra o con il medico di fami­glia e quindi si trova a dover fronteggiare una situazione di emergenza quando ormai è trascorso un lasso di tem­po importante dall’incidente. La procedura terapeutica da attuare in prima istanza, e quanto prima è il reimpianto post-traumatico che ci con­sente il ripristino funziona­le ed estetico dell’elemento dentario traumatizzato e il contestuale recupero della fisiologica architettura della arcata dentaria.

Questo intervento consiste nel reinserimento del dente avulso nel suo stesso sito.

Non sempre però è possibile ricorrere a questo trattamen­to.

E’infatti indispensabile ri­scontrare l’integrità e della radice del dente e dell’alve­olo, che deve essere nuova­mente in grado di accogliere l’elemento dentario, e dun­que non devono esserci frat­ture a suo carico. Il successo terapeutico di questa proce­dura è strettamente al man­tenimento della “vitalità” del legamento dento-parodontale, un vero e proprio “anellino fi­broso” che connette il dente all’osso e alla gengiva e che viene lesionato ed interrotto nell’exarticolazione.

A seguito del trauma gran parte delle sue cellule van­no incontro a necrosi, e solo la messa in atto di manovre mirate a ripristinare ciò che resta di questo legamen­to permetterà nel tempo un mantenimento dell’elemento dentario nella sua sede. Tut­te le volte che è possibile il reimpianto deve essere im­mediato. Questa è oggi una situazione di raro riscontro, infatti al verificarsi dell’inci­dente è improbabile trovare un odontoiatra reperibile sul posto e spesso chi è presente, genitori, insegnanti,istruttori sportivi non agisce o agisce in modo non congruo. Il fattore tempo condiziona notevol­mente la sopravvivenza delle cellule residue del legamen­to: un reimpianto fatto entro 15 minuti ha una prognosi favorevole; trascorsi dai 15 ai 60 minuti la prognosi è incerta; dopo i 60 minuti in­fausta, anche se a mio parere il reimpianto vale sempre la pena tentarlo anche quando è trascorsa un ora dall’trau­ma. In ogni caso meno tempo passa dall’incidente, più la prognosi è favorevole. Se non è possibile operare in tempi brevi diventano fondamentali le modalità di conservazione del dente.

L’elemento dentario, va con­servato in un ambiente umido e liquido. Scelta di conser­vazione eccellente è rappre­sentata dalla soluzione salina bilanciata, che essendo iso­tonica e ricca di nutrienti è in grado di rivitalizzare le cel­lule del legamento asfittiche; l’immersione dell’elemento dentario in questa soluzione prima del reimpianto favori­sce la prognosi soprattutto in quei casi in cui l’intervallo di tempo trascorso dal trau­ma cade in un range di 15-60 minuti.

Il latte freddo a 4 gradi cen­tigradi è anch’esso ideale, è un liquido ricco di nutrienti, isotonico, adatto alla conser­vazione cellulare. Se la solu­zione salina o il latte non sono disponibili sul posto, una va­lida alternativa è rappresenta­ta dalla saliva.

Il dente va conservato nella bocca del paziente; trattando­si di frequente di bambini sa­ranno le mamme a collocare “amorevolmente” nella pro­pria bocca il dentino. Vanno evitati in assoluto l’acqua, che è un liquido ipotonico e quin­di favorisce la necrosi cellu­lare, ed il classico “fazzoletto bianco” ad avvolgere il dente che disidrata e accellera il processo di morte cellulare.

NORME DI COMPORTA­MENTO

– reinserire il dente imme­diatamente non toccando in alcun modo l’osso alveolare che accoglieva il dente e non afferrando mai la radice di quest’ultimo; procedere ad uno sciacquo con acqua cor­rente o con disinfettanti blan­di nel solo caso in cui ci siano residui grossolani (es.terric­cio); qualora non fosse possi­bile il reimpianto immediato conservare il dente adeguata­mente, nel liquido giusto.

– recarsi dall’odontoiatra preferibilmente in un arco di 15 – 60 minuti dal trauma. Il dentista deciderà in base al tempo trascorso ed al tipo di dente (appena permutato ed immaturo o a radice già ma­turata e chiusa) se eseguire la terapia endodontica nella stessa seduta o posticiparla, e se stabilizzare il dente agli elementi contigui, mediante dispositivi di splintaggio rigi­di o elastici. Il più utilizzato è lo splintaggio elastico che è mantenuto in sede per almeno 20-30 giorni e consentendo i fisiologici micro – movimen­ti dentali facilita il manteni­mento di una vitalità seppure minima del legamento. Se sul luogo dell’incidente c’era materiale contaminante, va prescritta una terapia antibio­tica e antitetanica.

La fase terapeutica non si con­clude con la seduta d’emer­genza; fondamentali sono i controlli clinici e radiogra­fici nel tempo. A seguito del reimpianto tre sono i “desti­ni” a cui può andare incontro il legamento periodontale nel tempo:

– Rigenerazione: se con la te­rapia siamo riusciti mantene­re almeno un 70% di cellule residue vive, il legamento va incontro a guarigione sponta­nea ed il dente rimane collo­cato nella sua sede naturale, per lungo tempo con una buo­na prognosi.

– Riassorbimento sostitutivo: se c’è stata una grossa perdita di cellule residue il legamento viene riassorbito; al suo posto compare osso reattivo di nuo­va formazione che va a costi­tuire una vera e propria “rima di saldatura” tra l’osso alveo­lare e la radice (anchilosi).

Il legamento scompare in toto, ma il dente, seppur an­chilosato, permane nel cavo orale anche per anni. Il rias­sorbimento sostitutivo non è assolutamente una terapia ed evolve nell’anchilosi con una prognosi scadente, ma spesso il processo anchilotico insor­ge in un lungo lasso di tempo, e per questo motivo vale sem­pre la pena di tentare la tera­pia di reimpianto anche quan­do sia trascorso molto tempo dell’evento traumatico e/o le condizioni di conservazione dell’elemento dentario non siano state ottimali.

-Riassorbimento infiammatorio: alla necrosi del legamento si associano processi infettivi Questo fenomeno è indotto dalla necrosi del­la polpa dentaria non trattata, la prognosi è infausta: il dente verrà perso a breve termine. E’ importantissimo dunque non trascurare mai denti che abbiano subito un trauma non trattati endodonticamente per più di una settimana, perché in tal modo si favorisce l’in­sorgenza di questo evento.